MUSTAFA SI VENDICA E PERDE IL CONTROLLO | ERIM PAGA PER TUTTI! Forbidden Fruit ANTICIPAZIONI
La tragedia che travolge la famiglia Argun non nasce da un gesto improvviso, ma da una lunga catena di errori, silenzi e umiliazioni mai risolte. Per anni Halit ha vissuto convinto che il potere, il denaro e il controllo fossero sufficienti a tenere lontano qualsiasi minaccia. La sua casa era una fortezza, almeno così gli piaceva raccontarsela: mura alte, regole chiare, gerarchie intoccabili. Eppure, mentre gli adulti combattevano guerre sotterranee fatte di orgoglio e vendetta, dentro quella stessa casa cresceva Erim, un ragazzo costretto ad assorbire tensioni che nessuno si è mai preso la briga di spiegargli. In quel mondo l’innocenza non veniva protetta, ma data per scontata, come se fosse indistruttibile. Ed è proprio questa convinzione a rendere la rovina inevitabile.
Halit non è un padre assente, ma un padre convinto che basti provvedere per essere nel giusto. Guarda suo figlio come una parte di sé, qualcosa che gli appartiene e che quindi non può davvero essere colpito. Non contempla l’idea che il pericolo possa entrare dalla porta principale, perché per lui il male ha sempre il volto degli altri: dei perdenti, dei disperati, di chi non è riuscito a stare al passo con il suo mondo. Mustafa incarna tutto ciò che Halit disprezza. È un uomo schiacciato dai debiti, dalle scelte sbagliate, da promesse fatte alle persone sbagliate. Vive in uno stato di allarme costante, con la paura che ogni giorno possa essere l’ultimo. Quando chiede aiuto ad Halit non porta solo una richiesta, porta la sua disperazione. Ma Halit non vede l’uomo, vede solo il problema. Il suo rifiuto non è prudente, è umiliante. È un “no” pronunciato per riaffermare una superiorità, e proprio in quell’istante l’equilibrio si spezza.
Mustafa se ne va con la certezza di essere stato annientato un’ultima volta. Non ha più nulla da perdere, e questa consapevolezza lo rende pericoloso. Halit, al contrario, torna alla sua vita come se nulla fosse successo, convinto che la minaccia si sia dissolta insieme all’uomo che ha cacciato. È l’illusione più pericolosa: credere di aver già vinto. La mattina successiva si apre con una normalità ingannevole. Halit accompagna Erim a scuola, un gesto di routine che sembra confermare che tutto sia ancora sotto controllo. In quell’auto non c’è paura, solo la convinzione che il mondo funzioni secondo regole stabili. Ma basta un dettaglio insignificante, un oggetto dimenticato, per cambiare il corso degli eventi. Tornare indietro sembra una necessità, non una scelta. E invece è l’ultimo passo verso l’irreparabile.
Mustafa è ancora lì. Non perché abbia pianificato tutto, ma perché la rabbia non gli ha permesso di andare via. Quando vede Halit tornare, non riflette più. Agisce. La violenza esplode senza distinguere tra colpevoli e innocenti, perché la disperazione non conosce misura. Erim si trova nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, per ragioni che non dipendono da lui. Non ha provocato nulla, eppure è lui a pagare. Il rumore che squarcia l’aria è secco, definitivo. In quell’istante Halit comprende che il controllo era solo un’illusione. Tiene suo figlio tra le braccia e scopre che tutto ciò che ha costruito non serve a proteggerlo. Il potere non ferma un proiettile. Il denaro non cancella una colpa. L’arroganza non salva una vita.
Dietro questa tragedia, però, non c’è solo la follia di un uomo disperato. C’è anche la mano invisibile di Ender, che ha sempre creduto di poter muovere le persone come pedine. È stata lei a usare Mustafa come un’arma, a soffiare sulla sua rabbia, convinta di poter controllare le conseguenze. Nella sua mente la colpa non le appartiene mai, perché Ender si vede sempre come una vittima, mai come la causa. Ma quando il sangue entra in scena, ogni alibi crolla. Se Erim è a terra, è anche perché qualcuno ha deciso che colpire indirettamente fosse più sicuro che sporcarsi le mani. Nella casa Argun nulla tornerà come prima. Anche se Erim dovesse sopravvivere, la ferita resterà. Questa storia non offre consolazioni né eroi. Mostra solo una verità scomoda: quando le colpe vengono ignorate troppo a lungo, non scompaiono. Trovano sempre un innocente su cui imprimersi. E da quel momento, nessuno può più dire di non sapere.